martedì 9 dicembre 2008
La pagina bianca fa paura?
“Ostruzione, oscurità, vuoto, disorientamento, crepuscolo, blackout, spesso combinati con una lotta o un sentiero o un viaggio; un’incapacità di vedere la strada, ma la sensazione che una strada ci sia, e che l’atto di andare avanti alla fine consentirà di vedere: ecco gli elementi comuni in molte descrizioni del processo dello scrivere” scrive Margaret Atwood in Negoziando con le ombre (Ponte alle grazie 2002), un bellissimo libro sulla scrittura.
E’ necessario affrontare l'oscurità, il vuoto per trovare nuove idee e questo provoca sensazioni ambivalenti, di attrazione e paura. La pagina bianca può fare paura e attivare emozioni che, ad uno sguardo esterno, possono sembrare puerili e improprie. Chi si mette in gioco attraverso la creazione artistica lo sa. Come un bambino che si destreggia tra il bisogno di rassicurazioni materne e la voglia di scoprire e imparare, chi affronta il nuovo vive la polarità esistente tra il desiderio di sicurezza e l’impulso all'esplorazione - da un lato sente lo stimolo a cercare novità, a sporgersi oltre il limite per sperimentare cose interessanti e avvincenti, dall'altro sente il bisogno di punti fermi e basi sicure - vorrebbe dirigersi verso ciò che non conosce e nello stesso tempo desidera restare saldo a tutto ciò che è noto e stabile.
Un semplice foglio di carta, una tela bianca, possono diventare teatro di piccole e grandi tragedie: come uno specchio, riflettono impietosamente i limiti, le incapacità, le paure o le manie di grandezza che ci appartengono. Stati d’animo contrastanti vengono attivati dall’incontro con il foglio, emergono aspettative e bisogni quali il desiderio di riuscire ad uguagliare i maestri, il desiderio di affermazione di sé, di conformismo, di sicurezza, di approvazione, di rottura. Vedere quello che abbiamo prodotto, mostrare a noi stessi e agli altri il risultato della nostra arte e prendere coscienza dei limiti del nostro fare è - può rivelarsi - carico di insidie, è come mostrare una parte molto intima e sensibile di sé, crea felicità ma anche aspettative e ansia.
Eric Maisel - un noto creativity coach americano - a proposito dell’argomento sostiene di aver lavorato con numerosi artisti i quali, nonostante abbiano dimostrato di avere avuto molto coraggio nella vita di tutti giorni (“They had survived divorces, ecc. but despite their everydays courage, the courage to create eluded them - The Van Gogh blues), diventano improvvisamente deboli e paurosi quando si tratta di affrontare la creazione artistica.
Di coraggio parlano anche Goleman, Ray e Kaufman in “Lo spirito creativo (BUR ed.2004), che lo ritengono un fattore vitale e necessario in qualsiasi lavoro creativo “Ai fini della creatività, di qualunque genere essa sia, è essenziale trovare il coraggio necessario per accettare le proprie ansie e fare il passo successivo”.
Una certa dose di ansietà accompagna il lavoro dell’artista, ne è parte, dà sapore, è la forza che spinge verso la meta ma quando l’ansia è troppa può bloccare.
Secondo lo psicoanalista cileno Matte Blanco (Estetica e infinito, Ed. Bulzoni) per colui che crea è difficile considerare con serenità e distacco la propria creazione. Sembra inevitabile, a livello inconscio, l’identificazione con Dio. Ogni atto creativo contiene in sé il desiderio di diventare Dio. Creare è un atto di ribellione, a cui consegue l’angoscia della colpa e l’attesa della punizione.
La creazione artistica attiva forze profonde. L’artista si muove tra deicidio e paura dell’annientamento. Dobbiamo tenerne conto e non giudicarci troppo male quando, oltre al piacere di creare, ci troviamo di fronte a sensazioni difficili da gestire.
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