venerdì 23 aprile 2010

I. La pagina bianca per rispecchiarsi



Visibile e mobile, il mio corpo è annoverabile tra le cose, è una di esse, è preso nel tessuto del mondo e la sua coesione è quella di una cosa. Ma poiché vede e si muove, tiene le cose in cerchio intorno a sé, le cose sono un suo annesso o un suo prolungamento, sono incrostate nella sua carne, fanno parte della sua piena definizione, e il mondo è fatto della medesima stoffa del corpo. (M. M. Ponty, L’occhio e lo spirito, S.E).

L’occhio può vedere tutto tranne se stesso. Per vederci abbiamo bisogno della mediazione di qualcosa fuori di noi. Sia per vedere il nostro corpo che per una visione introspettiva è necessario portare fuori lo sguardo e fletterlo indietro, verso di sé. 
Vedere comporta una separazione e una riflessione. Vi è la necessità di farsi due.
Vedere comprende anche l’esperienza di essere visti, di vedersi mentre guardiamo, di guardarsi attraverso le cose. 

Le cose ci fanno da specchio. I pittori, che sono attenti osservatori, hanno riferito spesso di sentirsi guardati dalle cose. Anche il dipinto, facendosi cosa, guarda. 

Tra l’immagine vista e l’immagine pittorica c’è uno scarto, una discordanza. La pittura rivela il corpo, la mano, il gesto del dipingere e il suo stesso corpo. Essa mostra la personalità del pittore, lo sguardo che sta dietro a quel gesto, quel preciso modo di guardare che appartiene a quel pittore. 

Il dipinto evidenzia la personalità creativa che ci costituisce come vedenti/specchio, come sé separati dal mondo, come specchi che non riflettono fedelmente e passivamente ma in modo personale. 
Immersi in noi stessi, per vederci dobbiamo porci al di fuori. C’è qualcosa di potente in questo ripiegamento dell’immagine, in questo sdoppiamento del vedere, in questo altro che ci fa riconoscibili. L’altro da sé, l’altro sguardo permette di osservarci da fuori. Grazie ad un fuori che ci rispecchia conoscerci, riconoscerci. 

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